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martedì 15 settembre 2009

CIAO PATRICK!!!!

da Google news:

E' morto Patrick Swayze
Protagonista di "Ghost" aveva 57 anni
L'attore Patrick Swayze, indimenticabile protagonista di film come "Ghost" e "Dirty Dancing", è morto all'età di 57 anni dopo una lunga lotta contro il cancro al pancreas. Swayze era stato informato della malattia nel gennaio 2008, e dopo un ciclo di chemioterapia la sua salute era migliorata, tanto che aveva ricominciato a lavorare nella serie televisiva "The Beast". Ma all'inizio del 2009 le sue condizioni si erano di nuovo aggravate.
La notizia della terribile malattia che ha colpito l'attore texano era stata diffusa poco più di un anno fa, all'inizio del 2008. E' stato un tumore al pancreas, che si è esteso anche al fegato, dunque a uccidere l'attore che, da quando ha saputo di avere questo male incurabile, non ha mai smesso di lottare, tra terapie, ricoveri in ospedale, tentativi di riabilitazione. In particolare, si è sottposto a lunghe cure e trattamenti al Centro medico dell'Università di Stanford, e al Centro tumori di Palo Alto in California. Ma non ha mai abbandonato il set e le sue passioni: si sa che alleva cavlli arabi, e il più bello è uno stallone arabo bruno di nome Tammen. Lui stesso, pochi mesi prima di morire, in una delle ultime interviste aveva rilasciato una dichiarazione che testimoniava tutta la grande voglia di continuare a vivere e andare avanti nonostante tutto. "Se potessi sopravvivere altri cinque anni sarei un uomo contento. Più realisticamente, penso di non avere più di due anni di vita davanti a me. Ma c'è ancora molto altro che voglio fare. E nel frattempo continuerò a combattere fino a quando la medicina non troverà una cura alla mia malattia".


A noi farfalline e sopratutto alle donne di tutto il mondo ha fatto sognare ad occhi aperti con Dirty Dancing interpretando il personaggio del sensuale ballerino Johnny Castle che s'innamora della piccola Baby...Non potevamo non omaggiarlo con questo post...
Patrick sarai sempre il NOSTRO PRINCIPE AZZURRO...
Ecco il testo della canzone vincitrice del premio oscar come miglior colonna sonora nel film Dirty Dancing...



I'VE HAD THE TIME OF MY LIFE
Now I've had the time of my lifeNo I never felt this way before Yes I swear it's the truth And I owe it all to you 'Cause I've had the time of my lifeAnd I owe it all to you I've been waiting for so long Now I've finally found someone to stand by me We saw the writing on the wall As we felt this magical fantasyNow with passion in our eyes There's no way we could disguise it secretly So we take each other's hand 'Cause we seem to understand the urgencyJust remember You're the one thing I can't get enough of So I'll tell you something This could be love Because I've had the time of my lifeNo I never felt this way before Yes I swear It's the truth And I owe it all to you Hey baby With my body and soul I want you more than you'll ever know So we'll just let it go Don't be afraid to lose control, no Yes I know what's on your mind when you say, "Stay with me tonight" Stay with me just remember You're the one thing I can't get enough of So I'll tell you something This could be love Because I've had the time of my lifeNo I never felt this way before Yes I swear it's the truth And I owe it all to you Cause I've had the time of my life And I've searched through every open door Till I've found the truth And I owe it all to you Now I've had the time of my life No I never felt this way before Yes I swear it's the truth And I owe it all to you I've had the time of my life No I never felt this way before Yes I swear it's the truth And I owe it all to you Cause I've had the time of my life And I've searched through every open door Till I've found the truth And I owe it all to you And I owe it all to you

martedì 14 aprile 2009

GRACE KELLY


Siamo all'ultimo appuntamento con i MITI INTRAMONTABILI, oggi concludiamo con la bellissima Grace Kelly...


Erano le 23.45 del 14 settembre del 1982 quando Telemontecarlo diffuse la notizia della morte di Grace Kelly. Calava così il sipario sulla favola del «Cigno», su quell’icona intramontabile di bellezza, classe e fascino che la principessa di Monaco incarnava. A scrivere la parola fine sotto la fiaba dell’ex star di Hollywood, divenuta sovrana del più piccolo principato delmondo dopo le nozze di sogno con Ranieri, un incidente d’auto, avvenuto la mattina del 13. Sulla vettura, che era uscita fuori strada e si era capovolta, anche la figlia Stephanie. I primi dispacci, dopo aver erroneamente riportato che insieme a lei c’era invece Carolina, riferirono che la principessa, immediatamente soccorsa e trasportata nell’ospedale di Monaco, aveva subito una frattura al femore e ferite alla fronte e che invece la sua ultimogenita se l’era cavata solo con qualche contusione. Poi, la verità della tragedia venne fuori in tutta la sua crudezza: Monaco aveva perso la sua amatissima principessa. Grace era una ragazza bene di Philadelphia. Il padre, ex manovale di origini irlandesi, quando lei nacque, il 12 novembre del 1929, era già diventato un imprenditore miliardario. Fu sempre baciata dalla fortuna. E sempre riuscì a realizzare i suoi sogni, come quello di diventare attrice, coltivato fin da bambina. Si iscrisse giovanissima alla Accademia di arte drammatica approdando presto a New York, dove debuttò in teatro a Broadway, lavorando contemporaneamente come modella. Il suo esordio nel mondo del cinema avvenne nel ’51, quando ottenne una parte secondaria nel film «14esima Ora» di Henry Hataway. Fin da subito si capì che per lei si preparava un futuro da diva: da quel momento la sua scalata al successo fu inarrestabile. Nel ’52 era già al fianco di Gary Cooper in «Mezzogiorno di Fuoco». Ma a scoprire e valorizzare in pieno il suo talento fu un anno dopo Alfred Hitchcock, che le affidò il ruolo di protagonista in «Delitto Perfetto», e poi nella «Finestra sul Cortile» e in «Caccia al Ladro», interamente ambientato sulla Costa Azzurra, un luogo che avrebbe cambiato il suo destino. Balzata in testa alla classifica degli attori che assicuravano all’industria hollywoodiana maggiori incassi Grace fu presto contesa dai più grandi registi dell’epoca. In cinque anni girò qualcosa come 11 film e per lei fu subito gloria. Era il ’54 quando riuscì conquistarsi l’ambita statuetta dell’Oscar come miglior attrice protagonista nella «Ragazza di Campagna» di George Seaton. Ma fu l’anno successivo, il 1955, a segnare la svolta più clamorosa della sua vita. Invitata al Festival di Cannes, Grace incontrò l’uomo che avrebbe sposato. Il principe Ranieri, invaghito di lei, chiese di poterla ricevere. Lei accettò. L’«amore Reale»Fu un incontro breve ma che segnò le esistenze di entrambi. Sul set nei panni di Alexandra per il “Cigno” ricevette decine di lettere d’amore dal sovrano di Monaco , che a Natale la raggiunse a Philadelphia per conoscere la famiglia e chiedere la sua mano. L’annuncio del fidanzamento tra i due venne dato ufficialmente il 5 gennaio del 1956. La rottura del contratto con la Mgm era imminente. La casa di produzione le chiese l’esclusiva sulle riprese del suo matrimonio e di girare almeno un altro film: per lei fu l’ultimo, «High Society».Le sue nozze vennero fissate per la primavera e segnarono l’addio di Grace non solo al set ma anche all’America. Il 4 aprile l’attrice e la sua famiglia salparono a bordodella Uss Constitution alla volta di Monaco , dove giunsero il 12. Ad accoglierli i Kelly trovarono Ranieri che aveva raggiunto il transatlantico a bordo del suo yacht. Quando Grace sbarcò nel principato fu accolta con grandissimi festeggiamenti. Dai tratti aristocratici, il portamento regale e il glamour straordinario, Grace divenne presto un modello da imitare per le ragazze dell’America degli anni cinquanta. E lo diventò ancora di più quando sposò Ranieri. Le suo nozze fecero epoca. E la sua vita divenne per i rotocalchi storia da raccontare giorno per giorno. 120 metri di seta per l’abito nuziale. La nuova esistenza di Grace cominciò ufficialmente il 18 aprile del ’56 quando nella stanza del trono del palazzo reale di Monaco con rito civile, come stabiliscono le leggi monegasche, Grace si unì a Ranieri. Il giorno successivo, la cerimonia religiosa nella chiesa di San Nicola. Durò tre ore e venne filmata e diffusa in esclusiva dalla Mgm, che realizzò uno speciale tv di 31 minuti visto da tre milioni di telespettatori in tutto il mondo. Seicento gli invitati nella cattedrale. Grace era bellissima, ma visibilmente stanca nel suo splendido abito antico di oltre 110 metri di seta bianca e merletti, che era stato realizzato per un’ava di Ranieri 125 anni prima. Il velo che le copriva il capo era tempestato di migliaia di perle. E sempre di perle erano il laccio al collo della sposa e gli orecchini. Dicono i ben informati che Grace non serbasse un ricordo felice di quei momenti e che finalmente tornò a sentirsi a proprio agio quando alle 5 della sera, divenuta ormai Altezza Serenissima, salì sul panfilo del marito per la luna di miele. Tornata dal viaggio di nozze la neoprincipessa non ebbe tempo di assuefarsi con calma alla nuova esistenza che l’attendeva. Scoprì presto infatti di essere in attesa di un figlio. I suoi amici erano lontani, non conosceva il francese e non si sentiva ancora pronta ad affrontare i nuovi doveri di sovrana. Così, per fugare insicurezza e noia e soddisfare il suo spirito perfezionista diede il via a grandi lavori di restauro nella residenza di Ranieri. La sua prima bambina nacque il 23 gennaio del ’57. E le fu dato il nome di Carolina. Per il principato fu di nuovo festa grande. Un festa che si ripetè l’anno successivo, quando il 14 marzo venne alla luce il principe Alberto. Per Stephanie il reame dovette attendere ancora sette anni. L’ultimogenita nacque infatti il 1 febbraio del ’65. Madre severa, Grace cercò di educare i figli al meglio, trasmettendo loro anche la sua «americanità». Al fianco del marito negli anni più difficili per il principato, che Ranieri aveva ereditato in cattive acque finanziarie, Grace contribuì moltissimo a numerose iniziative innovative sia dal punto di vista economico che sociale. Ma fu anche in prima linea sul fronte della beneficenza. Presidente della Croce Rossa, restaurò la tradizione del Ballo delle rose, attirando nel principato le più grandi stelle di Hollywood e i protagonisti del jet set. Divenne anche presidente onorario dell’Amade (il suo posto l’ha preso oggi la figlia Carolina), un’associazione che si occupa di aiuti al terzo mondo e membro della Leche League, organizzazione che mirava a incoraggiare l’allattamento naturale. Verso la fine della sua vita, Grace scoprì la passione per l’arte dei fiori essiccati. Le sue composizioni vennero esposte anche in una galleria di Parigi e vendute a scopo benefico. Poi cominciarono gli anni delle prime angosce per i figli. Carolina era bellissima, ma anche irrequieta e ribelle. I rotocalchi di tutto il mondo avevano cominciato a occuparsi di lei e dei suoi amori. Questo a Grace non piaceva, e quando la ragazza le annunciò che voleva sposare Philippe Junot non battè ciglio, nella speranza forse che le nozze, che ebbero luogo nel giugno del ’78, potessero contribuire a mettere ordine nella sua vita. Così non fu. Il matrimonio naufragò presto e la girandola dei gossip riprese con più forza di prima. Anche Stephanie le cominciava a dare pensieri. E così il Cigno cercò rifugio nella poesia, nell’arte e nella sua prima passione, il cinema. Con Robert Dornhelm lavorò a due film «The Children of Theater Street» e «Rearranged». Poi, la tragedia. Il 13 settembre dell’82 la sua auto uscì fuori strada fermandosi a ridosso di un dirupo. In molti sostengono che la Rover sulla quale si trovava la principessa si capovolse proprio nel punto in cui 30 anni prima Grace e Cary Grant avevano girato la più famosa delle scene di «Caccia al ladro». La principessa venne trovata priva di coscienza. Era già in coma quando fu trasportata in ospedale, dove morì nella notte, a soli 52 anni.

mercoledì 8 aprile 2009

...Kurt Cobain, 15 anni fa il suicidio...

Prima di suicidarsi aveva scritto una lettera in cui diceva che è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente.

E così aveva fatto: aveva bruciato la sua vita, suicidandosi.
Stiamo parlando di Kurt Cobain, che moriva proprio l'8 aprile di 15 anni fa.
Il corpo senza vita del leader dei Nirvana fu trovato nel garage della sua casa sul Lago Washington: si era sparato un colpo di fucile.
Accanto al corpo, la lettera in cui spiegava i motivi del suo gesto. "Io sono troppo stravagante, lunatico, bambino! E non ho piu nessuna emozione, e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente. Pace, Amore, Empatia. Kurt Cobain".
Queste le parole con cui si concludeva la missiva della celebre pop-star. Accanto al corpo, c'era un fucile a pompa: l'autopsia sul cadavere confermò che proprio un "colpo di fucile autoinflitto alla testa" era stato la causa della morte del giovane.
Il rapporto disse anche che il cantante 27enne era morto con tutta probabilità il 5 aprile 1994.
Ma negli anni successivi si accese un violento dibattito sulle cause della morte di Kurt. Gli albori del successo Cobain aveva costituito i Nirvana ancora ventenne, nel 1987, con Krist Novoselic. Bastarono due anni perchè la band divetasse uno dei gruppi leader della scena musicale grunge di Seattle.
Si creava così un genere di musica rock che mescolava influenze molto eterogenee, principalmente l'heavy metal e il punk rock, ma anche l'hardcore punk, l'hard rock e il post-hardcore.
Nel 1991 uscì il singolo "Smells like teen spirit", che segnò l'inizio di una svolta decisiva della musica rock, che cominciò ad allontanarsi dai generi "classici" degli anni Ottanta, dall'hair-metal, al synthpop), e a indirizzarsi verso l'alternative rock.
Proprio quel brano sarebbe stato eletto poi dai media musicali "inno di una generazione". Grazie a quel singolo, Cobain si sarebbe poi guadagnato l'appellativo di "portavoce" della generazione X.
Il personaggio di Kurt è diventato un'icona vera e propria fra i giovani di ormai quasi due generazioni, a tal punto da influenzare ancora oggi sia la musica che la moda giovanile.

La famiglia e l'infanzia
Negli ultimi anni della sua vita Cobain lottò contro la dipendenza dalla droga e le pressioni dei media su di lui e sulla moglie Courtney Love, da cui aveva avuto una bambina.
Ad entrambe, nella lettera scritta prima della morte, Cobain si rivolgeva in un tenero e affettuoso post scriptum: "Frances e Courtney, io sarò al vostro altare. Ti prego, Courtney, continua così, per Frances. Per la sua vita, voglio che sia felice senza di me. Vi amo, vi amo".
La vita di Kurt non è mai stata facile.
Dopo un'infanzia segnata dal divorzio dei suoi genitori, mai superato, e un'adolescenza tutta dedicata alla musica ma anche a eccessi sempre più frequenti tra alcol, droghe e psicofarmaci, Cobain e la moglie tentarono più di una volta di disintossicarsi, soprattutto dopo diversi episodi di overdose di lui e la perdita della custodia della figlia (poi recuperata) a causa della rivelazione, poi smentita, sull'uso di eroina in gravidanza da parte di lei.

I problemi con la droga
Uno di questi tragici episodi si verificò a Roma, poche settimane prima della sua morte.
Subito dopo l'ultimo concerto dei Nirvana al Terminal Einz a Monaco, in Germania, il primo marzo 1994, a Kurt vennero diagnosticate una bronchite e una laringite.
Fu così che il giorno dopo Kurt volò a Roma per prendersi una settimana di riposo.
Fu raggiunto da Courtney e da Frances Bean e prese una suite all'Excelsior di Roma. Ma durante la notte Courtney si accorse che il marito era in overdose.
Il responsabile della Geffen italiana, Marco Cestoni, fu svegliato all'alba.
Prima Kurt fu portato al Pronto soccorso, poi inseguito dai giornalisti al Rome American Hospital. Lì rimase in coma farmacologico per tutta la notte, ma dopo qualche giorno si riprese.
Anche in quell'occasione Kurt scampò alla morte e tornò negli Usa. Ma l'appuntamento era solo rimandato di qualche giorno.
Nei suoi ultimi giorni di vita, dopo l'ennesimo ricovero (questa volta a Los Angeles), Cobain fece perdere le sue tracce anche alla moglie.
L'8 aprile il corpo di Cobain fu trovato da un elettricista della Veca Electric, che era andato a installare l'illuminazione di sicurezza.

martedì 31 marzo 2009

STEVE MCQUEEN

Tornerà mai l'immagine di un nuovo divo eccessivo, barocco e visionario come lui? Un personaggio più mistico che mitico che fra una storia d'amore (se amore si poteva parlare) e l'altra, e fra un film e un giro in moto, si è reso immortale agli occhi del mondo? No. Steve McQueen è unico. E il destino non gioca mai la stessa carta, neanche se è di un altro colore.Era nato a Indianapolis, la patria delle corse automobilistiche. Il padre era sparito immediatamente dopo aver messo incinta la madre. A lei era toccato il duro compito di prendersi cura di un figlio non voluto e per di più da sola. Pur di sopravvivere, la donna aveva fatto la spola fra la città dove viveva e la zona agricola e integralista di Slater, nel Missouri, dove abitava la sua famiglia di origine, fra cui suo fratello, proprietario di una fattoria. Il piccolo Steve non fu l'unico uomo nella vita della madre; la donna, per non sentirsi sola, passava molto tempo in compagnia del sesso forte, ma nessuno di loro aveva la minima voglia di diventare il padre di Steve, così prendevano e passavano. Poi arrivò il nuovo marito. Suo figlio avrebbe avuto un padre! Ops, pardon: un patrigno. Ovviamente, come in tutte le fiabe che si rispetti, il patrigno non era affatto gentile con Steve, vuoi per il carattere del piccolo abbastanza esuberante, tanto da lasciare la scuola prima di finire le elementari, vuoi perché non era suo figlio. Così Steve passa le su giornate per strada, appassionandosi alle moto (verrà espulso dal Carnegie Institute of Technology per averne guidato una nei corridoi del College of Fine Arts) e ai furti. Sarà per la sottrazione di borchie d'auto che finirà in un riformatorio di Chino (un sobborgo orientale di Los Angeles) per giovani delinquenti e disadattati, perdendo il suo nome e diventando il numero di matricola 3188. Aveva 15 anni e vi trascorse ben 14 mesi. Tentò di scappare da quella prigione per ben 5 volte, le grandi fughe erano già nei suoi pensieri. Scontata la pena e finalmente libero, accettò l'invito della madre, ormai vedova, di trasferirsi da lei a New York. Ma quando vide la stamberga dove avrebbe dovuto abitare, pensò che in fondo in fondo era meglio tornare a Chino. E con i pochi soldi in tasca si cercò un appartamento tutto suo (lo trovò a 19 dollari al mese), girando le spalle alla prima donna della sua vita. Non avrebbe mai più voluto rivederla.Per rimanere a galla in quel terribile mondo, fece mille lavoretti: da marinaio della marina mercantile (lasciò la nave due settimane dopo, a Santo Domingo) a giocatore di poker professionista, da meccanico a scaricatore di porto, fino ad arruolarsi nei Marines, dove rimase per 3 anni dal 1947 al 1950. Sceso a terra, continuò a guadagnare stipendi da morto di fame come taxista, piastrellista, ciabattino e fattorino in un bordello, mestieri che lo spinsero dal desolato Texas al più florido Canada, fino a ritornare a New York, dove approdò per caso al cinema. L'esordio sul grande schermo avvenne in un piccolo ruolo non accreditato nella pellicola Girl on the Run (1953) di Arthur J. Beckhard e Joseph Lee. Conquistato dalla magia del cinematografo decide di mettere ordine nella sua vita e per due anni frequenta la Neighborhood Playhouse, pagando la retta scolastica con lo stipendio che prendeva come autista di un furgone postale. Fino alle 3 di ogni notte era a lavoro, eppure la mattina era in classe, puntuale come un orologio svizzero. Fra 2000 attori, lui e Martin Landau furono gli unici a essere accettati, nel 1955, all'Actor's Studio di Lee Strasberg e una volta conclusi gli studi, cominciò una lunga gavetta televisiva, alternata alla recitazione nel palcoscenico di Broadway ("Un cappello pieno di pioggia"). Dopo un piccolo flirt con la ben più matura Mae West, si sposa con l'attrice Neile Adams il 2 novembre 1956. Da lei avrà gli attori Chad e Terry McQueen, ma poi la coppia divorzierà il 26 aprile del 1972: Steve è lunatico, talvolta violento, dipendente dal sesso e anche se è un adorabile padre, come marito è un vero stronzo, motivo che spinge la Adams a dire basta.Scelto da Robert Wise per affiancare Paul Newman (con il quale si accenderà una lunga rivalità professionale) in Lassù qualcuno mi ama (1956), passa poi all'horror da drive-in in Fluido mortale (1958), ma nonostante questi classici del cinema statunitense, gran parte della usa popolarità verrà data dal ruolo di protagonista della serie Wanted: Dead or Alive. Originariamente non doveva neanche prendere parte a Sacro e profano (1959) di John Sturges, al suo posto doveva esserci Sammy Davis Jr, ma l'amicizia fra l'attore di colore e Frank Sinatra (protagonista del suddetto film) si ruppe dopo un intervento del primo alla radio, dove affermava di essere molto più bravo di "The Voice" nel canto. Ricolmo d'ira per una simile eresia, Sinatra chiese all'attore (e ormai ex amico) di lasciare il set e scelse al suo posto un acerbo McQueen che simbolicamente riempì quel vuoto fra la generazione di attori del Rat Pack e quella dell'Actor's Studio. Sturges, colpito dalla grinta del giovane attore, lo sceglierà anche per il cult western I magnifici sette (1960), poi McQueen tornerà al tubo catodico, recitando in due episodi della serie Alfred Hitichcock presenta…. Negli anni Sessanta, minacciò pubblicamente Howard Hughes se non avesse smesso di molestare Mamie Van Dorenche aveva avuto una relazione con entrambi, ma in tempi diversi. Inutile dire che l'avvertimento di avere il naso rotto convinse Hughes, che non si avvicinò mai più alla Van Doren.Per favore non toccate le palline (1961), L'inferno è per gli eroi (1962), ma soprattutto Strano incontro(1963) fanno esplodere la popolarità di Steve McQueen che si guadagnerà, proprio grazie a quest'ultimo film, la nomination ai Golden Globe come miglior attore protagonista per il ruolo di un giovane musicista che sta per diventare padre. Sul set incontra anche la bella Natalie Wood ed è inutile dire che proprio il set non fu l'unico luogo dove i due si incontrarono! Lo stesso anno, recita in quella che è considerata la sua miglior pellicola: La grande fuga (1963), sempre per la regia di Sturges, storia di un gruppo di prigionieri anglo-americani in un campo nazista che organizzano un'evasione sotterranea. Entra così nella storia del cinema mondiale e a confermarne il meritevole posto arrivano registi DOC come Norman Jewison, Robert Mulligan e ancora una volta Wise che con Quelli della "San Pablo" (1966) offre al bravo Steve McQueen l'occasione di compere nella categoria dei migliori attori protagonisti in lizza per l'Oscar e il Golden Globe, che però non vinse. Ma Oscar o non Oscar, a McQueen non gliene fregava molto… Nonostante l'aria da duro, aveva un cuore tenero, per esempio, in occasione di alcuni film pretese dalla produzione la fornitura di 10 rasoi elettrici e svariate dozzine di blue jeans. In seguito si scoprì che aveva spedito la merce al riformatorio di Chino dove aveva trascorso una piccola parte della sua vita.Dopo essere stato diretto dal grandissimo Henry Hathaway in Nevada Smith (1966), sparò al cuore delle donne interpretando il ladro gentiluomo ne Il caso Thomas Crown (1968) di Norman Jewison, aggiudicandosi un'altra nomination ai Golden Globe come miglior attore in una commedia in Boon il saccheggiatore (1969) di Mark Rydell, ma rifiutandosi di dividere il set con Paul Newman in Butch Cassidy (1969): lo scontro fra titani era solo rimandato. Scampò per miracolo alla strage satanica che Charles Manson fece durante la cena hollywoodiana in casa Polanski (uccidendo la gravida moglie del regista polacco Sharon Tate), solo perché all'ultimo minuto rinunciò all'invito per un incontro (più che galante… carnale!) con una ragazza appena conosciuta, finendo così sulla lista nera della setta e da allora cominciò a girare armato.Idolo di Sam Peckinpah, venne diretto da questi ne L'ultimo buscadero (1972) e nel bellissimo Getaway! (1972, sul quale set trovò forse il più grande amore della sua vita, la moglie attrice Ali MacGraw dalla quale poi divorziò), divenne cintura nera di karate grazie a Pat. E. Johnson, allenandosi assieme a Chuck Norris, che divenne un suo grande amico e che lo fece conoscere anche a Bruce Lee. I tre in effetti divennero inseparabili e quando la star cinese morì, fu McQueen a portare in spalla la bara. Papillon (1973) di Franklin J. Schaffner gli fece guadagnare l'ennesima nomination ai Golden Globe come miglior attore e poi finalmente si ritrovò nello stesso set con l'arcinemico Newman nel catastrofico L'inferno di cristallo (1974) di John Guillermin. Nessuno dei due però uscì vincitore dalla sfida. Rifiutati piccoli cult come Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975), Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), Blitz nell'Oceano (1980) e soprattutto il sequel de L'inferno di cristallo, McQueen aveva in mente solo l'idea di interpretare una pellicola dove lui interpretava una guardia del corpo, che però trovò la luce solo nel 1992, quando Kevin Costner interpretò Guardia del corpo accanto a Whitney Houston. Presa la licenza di pilota nel 1979, gli venne diagnosticato un cancro allo stomaco il 22 dicembre 1979. Gli mancavano solo pochi mesi di vita, questo dissero i dottori. Fu il segreto di McQueen e il costo del suo fumare in maniera cronica. Non se lo perdonò mai e, prima che fosse tardi, si sposò una terza volta con Barbara Minty che gli rimase accanto fino alla morte. Il suo ultimo film fu Il cacciatore di taglie (1980) di Buzz Kulik, poi lasciò la sua dimora hollywoodiana, le 210 motociclette, le 55 macchine e i 5 aerei comprati e si chiuse in una clinica messicana. Morì di due attacchi cardiaci alle 15.45 di un caldo 7 novembre del 1980, accanto all'ultima moglie e all'istruttore di volo e amico Sammy Mason. 24 ore prima gli era stato rimosso chirurgicamente e con successo il tumore allo stomaco. Venne cremato e le sue ceneri vennero sparse sull'Oceano Pacifico.Non riuscì mai a realizzare il sogno di interpretare Rambo (che venne portato sul grande schermo da Sylvester Stallone nel 1982), ma il suo nome entrò nella leggenda. L'istituto di Chino che lo aveva tenuto fra le sbarre, gli dedicò lo Steve McQueen Recreation Center, Vasco Rossi e Sheyl Crow lo menzionarono nelle loro canzoni e lui divenne così il simbolo di una vita spericolata che affascinò e continuerà ad affascinare intere generazioni di giovani "ribelli", diventando "una delle più imitate e meno imitabili stelle di Hollywood". Un interprete rustico, genuino e disincantato che mostrava l'aspetto più affascinante dell'America profonda. Uomini e donne sono stati sedotti da questo primo vero eroe del cinema d'azione, che ha vissuto di corsa come se volesse rifarsi di una giovinezza rubata. Era cool, solitario, impudente, aggressivo, distaccato e uno dei sex symbol più controversi del panorama cinematografico mondiale… rimane un simbolo di lui. Non tanto le moto, ma la mattonella dell'Hollywood Boulevard: l'unica montata al contrario.Morì di due attacchi cardiaci alle 15.45 di un caldo 7 novembre del 1980, accanto all'ultima moglie e all'istruttore di volo e amico Sammy Mason, mormorando i numeri di matricola che lo avevano identificato negli anni del riformatorio.

lunedì 23 marzo 2009

INGRID BERGMAN

Attrice svedese. Volto di una intensa e pacata bellezza, occhi che sanno esprimere amore in ogni fotogramma, grande interprete sia di ruoli leggeri da commedia sia di densi personaggi drammatici, subito nota come «il più illustre regalo della Svezia a Hollywood», rimane orfana da bambina, ma grazie a uno zio può frequentare la scuola d’arte drammatica del Teatro reale di Stoccolma e debutta nel cinema nel 1935 interpretando ben cinque film in un solo anno. Notata nel ruolo della violinista in Intermezzo (1936) di G. Molander dal tycoon D.O. Selznick, che vede in lei «una straordinaria qualità di purezza e nobiltà e una personalità di star molto rara», è invitata a Hollywood, dove nel 1939 debutta nello stesso ruolo nel remake del film a opera di G. Ratoff. Il film non è un grande successo, ma la sua grazia e la sua bravura colpiscono il pubblico e nel giro di pochi anni diviene una star di prima grandezza, specializzandosi (a parte il ruolo di prostituta, da lei stessa richiesto, in Il dottor Jekyll e Mr. Hyde, 1941, di V. Fleming) in ruoli romantici che interpreta con grande partecipazione e intensità. Dall’appassionata Ilsa, che rinuncia al grande amore per i suoi doveri di moglie di un eroe, nel celeberrimo Casablanca (1942) di M. Curtiz, all’eroina orfana che lotta per la causa repubblicana in Per chi suona la campana (1943) di S. Wood, dalla patetica Paula, costretta a improvvisarsi detective per scoprire le indegne trame del marito in Angoscia (1944) di G. Cukor, alla adorante psicologa-infermiera di Io ti salverò (1945), all’innocente e languida spia di Notorious - L’amante perduta (1946), ambedue di A. Hitchcock, nel giro di pochi anni dà vita a una serie di convincenti ritratti di donne innamorate, in successi internazionali che sono ancora oggi film di culto, guadagnandosi un paio di nomination e un Oscar (per Angoscia). All’apice del successo, interpreta i meno convincenti Giovanna d’Arco (1948) di V. Fleming e Il peccato di Lady Considine (1949) di Hitchcock, prima che la sua vita e la sua carriera affrontino una grande svolta con l’incontro di R. Rossellini che, a livello professionale, lei stessa sollecita dopo aver visto Roma città aperta (1945); ma di cui, forse, non prevede le sconvolgenti conseguenze nella vita privata. Durante le riprese di Stromboli terra di Dio (1949), dove è una straniera alle prese con la natura selvaggia e i ruvidi pescatori dell’isola, di cui non capisce la lingua, s’innamora di Rossellini e, con enorme scandalo, nel 1950 dà alla luce Robertino. Il conseguente divorzio dal marito P. Lindstrom (sposato nel ’37), cui è costretta a lasciare la figlia Pia, e il successivo matrimonio messicano con il regista non bastano a scalfire l’indignazione di Hollywood e di tutto il pubblico statunitense, che le decretano l’ostracismo per sette anni. Nel breve periodo del matrimonio con Rossellini dà alla luce le gemelle Isabella e Isotta (1952) e, oltre all’episodio di Siamo donne (1953) in cui è sé stessa, interpreta altri quattro film: Europa 51 (1952), in cui è una donna borghese che la perdita di un figlio trasforma in una benefattrice sociale; Viaggio in Italia (1953), opera che – come scrive Godard – anticipa il tema dell’incomunicabilità di Antonioni e in cui mette a repentaglio il suo rapporto con il marito per essersi rifiutata di portare a termine una gravidanza; Giovanna d’Arco al rogo (1954), in cui è la pulzella d’Orléans vestita solo di un sacco di juta, e il poco fortunato La paura (1954, realizzato in Germania). Concluso il rapporto con Rossellini, torna ai personaggi che le avevano regalato il grande successo internazionale: nel 1956, con Eliana e gli uomini di J. Renoir e Anastasia di A. Litvak, per la cui interpretazione vince il suo secondo Oscar; e nel 1958 la gradevole commedia sofisticata Indiscreto, in cui è un’attrice di fama ingannata da uno scapolo impenitente (C. Grant), che per non sposarsi le fa credere di essere già sposato. Nella vita, al contrario, si risposa nello stesso anno, con il connazionale L. Schmidt, produttore teatrale. In seguito, si dedica con grande successo al teatro, forse anche perché (con la parziale eccezione di Le piace Brahms?, 1961, di A. Litvak) i pur numerosi nuovi ruoli che il cinema le offre negli anni ’60 non sono particolarmente stimolanti (Una Rolls-Royce gialla, 1964, di A. Asquith; Fiore di cactus, 1969, di G. Saks). Nel 1974, nonostante abbia scoperto di avere un tumore al seno, conquista il suo terzo Oscar con Assassinio sull’Orient-Express di S. Lumet e nel 1978, diretta dal grande connazionale I. Bergman, mostra tutta la maturità del suo grande talento drammatico, ricco di sfumature e nuances recitative, in Sinfonia d’autunno, offrendo il sofferto ritratto di una madre che ha sacrificato l’amore per i figli alla carriera di pianista. Nel 1980 pubblica un’autobiografia e nel 1982, poco prima di morire (per le complicazioni di un’operazione al seno), si trasforma straordinariamente in una donna bassa e tarchiata per offrire un ritratto convincente della dura statista israeliana Golda Meir in una mini serie televisiva.

martedì 17 marzo 2009

PAUL NEWMAN

Nato a Shaker Heights, 26 gennaio 1925, nei pressi di Cleveland (Ohio), figlio del proprietario di un grande negozio di articoli sportivi (a sua volta figlio di emigranti, madre slovacca e padre tedesco ebreo) e di madre emigrante slovacca, si arruolò, appena dopo la High School nella U.S. Navy Air Corps, l'aviazione della Marina, sperando di diventare pilota, ma un problema alla vista glielo impedì; durante la seconda guerra mondiale prestò servizio nel Pacifico meridionale come marconista (1943-1946).
Nella ripresa economica del dopoguerra, si occupò della gestione della ditta paterna; nel 1949 sposò Jackie Witte e decise di intraprendere la carriera cinematografica; dal matrimonio nacquero tre figli: Scott Allan (23 settembre 1950), Susan Kendall (21 febbraio 1953) e Stephanie (1954). L'unico maschio, Scott, morì il 20 novembre 1978 per overdose.
Dopo aver frequentato per meno di un anno la scuola d'arte drammatica della Yale University, si iscrisse all'Actor's Studio di New York e debuttò nel 1953 in teatro a Broadway in Picnic, opera poco dopo resa famosa da un omonimo film.
Il 1954 segnò il suo esordio cinematografico ne Il calice d'argento, ma la sua interpretazione non raccolse grandi lodi. Il The New Yorker, ad esempio, scrisse di lui: "recita la sua parte con il fervore emotivo di un autista di autobus che annuncia le fermate locali". Due anni più tardi fu meglio accolta la sua interpretazione del pugile Rocky Graziano in Lassù qualcuno mi ama, che lo impose all'attenzione di critica e pubblico.
Il 29 gennaio 1958, a Las Vegas, convolò in seconde nozze con l'attrice Joanne Woodward, con la quale rimase sposato fino alla morte; insieme ebbero tre figlie: Elinor "Nell" Teresa (8 aprile 1959), Melissa "Lissy" Stewart (17 settembre 1961), e Claire "Clea" Olivia (1965). Lo stesso anno la Woodward riceveva il suo premio Oscar come migliore attrice per il suo ruolo in La donna dai tre volti e recitava con il marito in Missili in giardino e La lunga estate calda: avrebbero interpretato ancora insieme i film Dalla terrazza (1960), Paris Blues (1961), Il mio amore con Samantha (1963), Indianapolis, sfida infernale (1969), Un uomo oggi (1970), Detective Harper: acqua alla gola (1975, sequel di Detective's Story una decina di anni dopo), Mr. and Mrs. Bridge (1990) e la miniserie televisiva Empire Falls (2005), mentre Newman diresse poi la moglie da regista nei film La prima volta di Jennifer (1968), Gli effetti dei raggi gamma sui fiori di Matilde (1972), Harry & Son (1984), Lo zoo di vetro (1987) e nell'adattamento televisivo del testo teatrale The Shadow Box (1980).
Tra la fine degli anni cinquanta e la metà degli anni settanta fu protagonista di alcuni fra i più grandi successi della storia di Hollywood (La gatta sul tetto che scotta, Lo spaccone, Hud il selvaggio, Intrigo a Stoccolma, Il sipario strappato, Nick mano fredda, Butch Cassidy, La stangata, L'inferno di cristallo), diventandone una delle stelle più famose di sempre, al punto da essere spesso definito una "leggenda del cinema".
Gli fu assegnato l'Oscar alla carriera nel 1986 e, nel 1987, vinse quello al miglior attore protagonista per Il colore dei soldi, sequel dello Spaccone.
Non ritirò personalmente il premio, avendo deciso di non presenziare la cerimonia, tante erano state le volte in cui era stato candidato e mai premiato.
Una sua grande passione sono state le corse automobilistiche: nel 1979 partecipò con una sua scuderia alla 24 ore di Le Mans, con una Porsche 935 guidata insieme a Rolf Stommelen e Dick Barbour che si classificò seconda. In seguito corse lungamente per il Bob Sharp Racing Team, al volante per lo più di auto Nissan; fu anche testimonial per questa marca.
Nel 1995 vinse la 24 Ore di Daytona per la classe GT1, risultando il più anziano pilota di un team vincente per la competizione; l'orologio vinto è stato battuto all'asta nel 1999 e venduto per 39.000 dollari donati in beneficenza.
Insieme a Carl Haas, nel 1983 ha costituito la Newman/Haas/Lanigan Racing, per corse in formula Indy, mentre per le corse nel Champ Car Atlantic Championship ha fondato insieme a Eddie Wachs la Newman Wachs Racing, le cui vicende sono narrate nel film-documentario Super Speedway.
In Italia, l' attore è venuto solo per una volta nel 1988, per inagurare la sezione italiana della fondazione "Dynamo Camp" nel 2006 a Limestre, in provincia di Pistoia e per partecipare a due programmi di Canale 5 a Il pranzo è servito con Corrado e al Raffaella Carrà Show con Raffaella Carrà.

Il 31 luglio 2008 è stata data ufficialmente notizia di una diagnosi di cancro ai polmoni, effettuata dallo Sloan-Kettering Cancer Center di New York, uno dei maggiori centri negli Usa per la lotta ai tumori. Secondo il Sun e altre testate, l'attore sarebbe vissuto solo poche settimane, dopo l'ultimo ciclo di chemioterapia presso il Weill Cornell Medical Center di New York. Dopo aver scelto di smettere le cure, si è ritirato a vita privata per passare gli ultimi giorni di vita con la famiglia. Il 26 settembre 2008 l'attore è morto all'età di 83 anni nella sua casa di Westport (Connecticut).


Di seguito vi metto la trama di uno dei miei film preferiti "La gatta sul tetto che scotta", interpretato da un BELLISSIMO Paul Newman, accompagnato da una STUPENDA Liz Taylor..

Trama:
Una notte, sul tardi, Brick Pollitt (Paul Newman) posiziona le barriere di corsa ad ostacoli lungo lo stadio, ricordando i tempi in cui era un giocatore di rugby. Benché sia ubriaco, decide di effettuare il percorso, ma cade, procurandosi una ferita che lo constringerà a portare le stampelle. Lui, insieme a sua moglie, Maggie "la Gatta" (Elizabeth Taylor), è in visita dai suoi genitori nella loro casa, nel Mississippi, per festeggiare il 65° compleanno di suo padre, Harvey "Big Daddy" (Burl Ives). Depresso, Brick decide di trascorrere le sue giornate dentro casa, bevendo, resistendo impassibile all'affetto di sua moglie ed alle sue critiche riguardo l'eredità del padre.
Harvey, di ritorno dall'ospedale, è malato di cancro, ma egli non è al corrente poiché la famiglia ed i dottori rifiutano di parlargliene; neanche sua moglie, Ida "Big Mama", sa del suo male incurabile. Maggie prega continuamente suo marito di prendersi cura della salute di suo padre, ma Brick si rifiuta testardamente. Quando Harvey si arrabbia con Brick perché alcolizzato, gli domanda il motivo della sua ostinazione, ma lui, arrabbiato, non risponde.
La ragione alla base della depressione di Brick è da ricercare in punto molto indietro nel tempo, quando lui ed il suo amico Skipper giocavano nella stessa squadra di rubgy. Brick, quando sposò sua moglie, sperava di avere dei desideri sessuali con Skipper. Brick è convinto che il suicidio di Skipper sia stata una sua colpa, e ciò l'ha portato in una profonda depressione ed a bere. Più tardi, Harvey prova ad eliminare la menzogna tra lui e Brick, ma quando viene a sapere che ha meno di un anno di vita a causa del cancro, decide di lasciare la sua eredità a Maggie, perché "è viva" e Brick, superati i suoi problemi famigliari e coniugali, riconosce l'affetto che Maggie ha per lui.

martedì 10 marzo 2009

MARILYN MONROE

Marilyn Monroe nasce il giorno 1 giugno 1926 alle 9,30 presso il General Hospital di Los Angeles come Norma Jeane Baker Mortenson. La madre è una donna affetta da gravi disturbi mentali, che la costringono a frequenti ricoveri in un ospedale psichiatrico. La piccola Norma, non ancora Marilyn, trascorre un'infanzia assai travagliata. Ovviamente le condizioni della madre non consentiva a quest'ultima di prendersi cura della bambina, costretta invece a subire continui affidamenti a famiglie sconosciute, se non a essere "depositata" presso vari orfanotrofi. In questa situazione di sostanziale isolamento affettivo, Marilyn cerca un punto di appoggio sicuro, una certezza e una guida, desiderio che la porta a sposarsi a soli sedici anni con il ventunenne James Dougherty. Il legame evidentemente è prematuro e infatti da lì a poco i due si separano e il matrimonio fallisce. Prima di questo infausto avvenimento devono però succedere ancora parecchie cose. Una di queste riguarda il suo timido ingresso nel mondo della carta stampata. Tutto accade per caso e in un luogo che non ci si aspetterebbe mai. Infatti, Marilyn a quel tempo aveva trovato un lavoro presso un'industria aeronautica produttrice di paracaduti quando il fotografo David Conover, impegnato a documentare il lavoro femminile nel periodo bellico, la nota e la convince a intraprendere la carriera di modella e ad iscriversi ad una scuola specializzata. Deve decidere in fretta e in completa solitudine dato che il marito in quel momento svolgeva servizio presso la Marina militare e si trovava assai lontano da casa. Come ormai ben sappiamo, Marilyn accetta il lavoro che le cambierà il destino. Da quel momento in poi, sotto la guida di un altro fotografo, Andrè de Denes, conquista le copertine delle riviste, finché viene notata dalla Fox e le si aprono le porte di Hollywood. A vent'anni, nel 1946, divorzia, si schiarisce i capelli e si cambia il nome in Marilyn Monroe (Monroe è il cognome da nubile della madre): è la metamorfosi radicale che la porterà a divenire forse il sex-symbol del 20° secolo. La sua carriera di attrice inizia con parti da comparsa ("Ladies of the chorus" del 1949, "LoveHappy" sempre del 1949 con i Marx Brothers, etc.), poi conquista piccole, ma significative, parti che la lanciano nel firmamento del cinema: nel 1950 in "Giungla d'asfalto" e in "Eva contro Eva", nel 1952 con Cary Grant e Ginger Rogers in "Monkeys Business" e altri ancora. Nel 1952 ottiene il suo primo ruolo da protagonista, nei panni di una babysitter psicolabile in "La tua bocca brucia" e nel '53 con "Niagara", al fianco di Joseph Cotten, ottiene il successo mondiale. Nel 1953 gira ancora "Come sposare un milionario" e "Gli uomini preferiscono le bionde", con i quali si conferma una delle star più amate dal pubblico. Seguono clamorosi successi come "La magnifica preda" del 1954 e "Quando la moglie è in vacanza" in cui Billy Wilder le affida la parte della svampita inquilina del piano di sopra. Nel 1954 Marilyn sposa il famoso giocatore di baseball, Joe Di Maggio, da cui divorzia nel giro di un anno. Il fallimento anche di questa relazione le lascia dentro una ferita profonda e incancellabile, la prima di una serie che saranno destinate ad allargare sempre di più la sua sensazione di sconforto e di sostanziale solitudine. Dopo la separazione col campione Di Maggio, si trasferisce a New York per studiare all'Actor's Studio, un impegno che sembra rigenerarla e farle momentaneamente dimenticare i suoi travagli interiori. Conosce l'affermato commediografo, Arthur Miller, un intellettuale affascinante che poteva vantare la rappresentazione delle sue commedie in tutto il mondo (far cui la celeberrima "Un tram chiamato desiderio", testo originale di Tennessee Williams). E' il colpo di fulmine. Marilyn ha l'illusione di aver finalmente trovato l'uomo della sua vita e i due si sposano nel 1956. L'anno dopo fonda, con l'amico fotografo Milton Green, la sua casa di produzione cinematografica, la Marilyn Monroe Productions, con cui gira "Il Principe e la ballerina" al fianco di Laurence Olivier. E' il primo e unico film della sua casa di produzione, dato che al botteghino la pellicola è un autentico fiasco. Come attrice, invece, si risolleva giusto due anni dopo con l'esilarante commedia, sempre del genio Billy Wilder, "A qualcuno piace caldo". Anche in questo caso, il personaggio da lei interpretato si stampa indelebilmente nella mente degli spettatori. La relazione con Miller, ad ogni modo, traballa. Le tentazioni, poi, sono dietro l'angolo. In questo caso, la nuova fiamma della passione si chiama Yves Montand con cui nel 1960 gira "Facciamo l'amore". Il loro flirt è breve, intenso e soprattutto materia infuocata di gossip e pettegolezzi. Nel 1962 Marilyn riceve il Golden Globe come migliore attrice: è la conferma mondiale delle sue capacità, un misto di carisma e di appeal. In questo periodo, fra l'altro, izia la relazione segreta con il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy e con il fratello Robert. Ma l'instabilità emotiva della diva si aggrava, forse proprio a causa delle altrettanto instabili storie d'amore in cui si getta. Qualcuno ha avanzato anche l'ipotesi che Marilyn soffrisse per l'incapacità di avere figli o per la mancanza di un amore vero. Stufa di essere considerata una dea, desiderava essere trattata semplicemente come una donna bisognosa di affetto. La conseguenza di questo tormentato stato psichico è che si rifugia nell'alcool e nei barbiturici. In breve, la situazione si aggrava: entra ed esce dalle cliniche. Nel 1962 esce il suo ultimo film: "Gli spostati" scritto per lei dal marito Miller e nello stesso anno divorziano. A causa dei continui ritardi, delle continue crisi isteriche, delle sbornie e dell'inaffidabilità viene licenziata dal set del film "Something got to give" e, un mese più tardi, nella notte fra il 4 e il 5 agosto 1962, viene trovata morta, apparentemente suicida, nella sua casa, per un' overdose di barbiturici, anche se molte voci hanno sempre sostenuto l'ipotesi dell'omicidio. Il mistero sulla sua morte, insomma, non è mai stato completamente svelato, ma ha sicuramente contribuito a fare entrare Marilyn nel mito.

lunedì 2 marzo 2009

GRETA GARBO

E' lunedì e come sempre le farfalline non mancano di racconatare dei Miti Intramonabili, oggi si parla della "Divina"...
Greta Garbo nasce a Stoccolma il 18 settembre 1905.La Divina, ma la meno diva di tutte. Non sopportava lo "Star System", a cui non si piegò mai, detestava la pubblicità, odiava le interviste. Non sopportava la vita mondana e seppe proteggere con caparbietà la sua vita privata fino alla fine. Proprio la sua riservatezza, quel qualcosa di misterioso che la circondava e la sua bellezza senza tempo, fecero nascere la leggenda Garbo.Greta Gustafsson arriva nel 1925 a Hollywood da Stoccolma dove è nata e vissuta lavorando come commessa in un grande magazzino. La svolta arriva dopo aver posato per alcune foto e film pubblicitari, che la fanno notare e che le fruttano nel 1922 una piccola parte in un film comico. Iscrittasi all'Accademia di Arte Drammatica, fu notata dal regista M. Stiller, che ne fece la protagonista della Leggenda di Gösta Berling (1923), suggerendole il nome d'arte con cui sarebbe diventata famosa.Dopo un film in Germania (La via senza gioia, 1925), si recò con Stiller a Hollywood, interpretando nel 1926 due film, Il Torrente e La tentatrice.I film , di contenuto mediocre, girati in questi anni, la vedono protagonista in ruoli, sempre più spesso stereotipati, di seduttrice fatale, misteriosa, altera e irraggiungibile, e contribuiscono in modo determinante a creare il mito della "Divina". La bellezza gelida dai tratti enigmatici, il temperamento eccentrico e l'innegabile talento drammatico, esaltato dai ruoli creati apposta per lei, resero duraturo il suo mito, scrivendo il suo nome nel firmamento hollywoodiano.Interpreta un film dopo l'altro: quattordici in tre anni. La tentatrice, La carne e il diavolo, La donna misteriosa sono alcuni titoli.Il suo primo film sonoro è Anna Christie (1930). I ruoli che le vengono proposti sempre più uguali a se stessi, cominciano a starle stretti, il cliché a cui si uniforma giocoforza le diventa intollerabile, anche se continua a dare splendide prove di recitazione. Sono di questo periodo, in cui la sua fama è ormai consacrata a livello mondiale, La regina Cristina, Anna Karenina, Margherita Gautier, Mata Hari, Maria Walewska, in cui da il meglio di se, nonostante l'ordinarietà della sceneggiatura e soprattutto la presenza dei suoi partner che non sono all'altezza della sua recitazione, intensa, moderna quasi ispirata.Nel 1939 il regista Lubitsch cerca di valorizzarla maggiormente sul piano artistico, e le affida il ruolo della protagonista in Ninotchka, ma scoppiata la guerra, l'insuccesso di Non tradirmi con me (Two Faced Woman), di Cukor (1941) l'indusse nel 1941, a soli 36 anni ad abbandonare per sempre il cinema, in cui è tuttora ricordata come il prototipo leggendario della diva e come un eccezionale fenomeno di costume.Greta Garbo muore a New York, il 15 aprile del 1990, all'età di 85 anni.

giovedì 26 febbraio 2009

HUMPHREY BOGART

Più che un attore è una leggenda?
Una domanda che sembra una frase da lancio cinematografico d'altri tempi, tempi che riecheggiano lontani nella mente di noi spettatori d'oggi, intrappolati - come siamo - in un volgare gioco televisivo che ci propone divetti da quattro soldi, assetati di quei 15 minuti, al posto di veri e meritevoli miti. Se Humphrey Bogart avesse visto Costantino, state pur certi che non vi sarebbe stata alcuna sanguinosa rivalità fra i due, solo un cazzotto di Bogie sul muso del belloccio e tanti saluti. Troppo ricco di talento lui, bravissimo nel dominare l'obiettivo. Nessuna prigionia in un mondo di scintillante apparire e clamorosamente falso.
Di lui ci rimangono sono quei momenti di sbalorditiva recitazione, in cui qualcosa di magico c'era e non si concludeva con la parola THE END, alla fine del film. Bellissimo (a modo suo) e rischioso, insolito, ma leggendario. Una leggenda che ha vissuto con disinvolta naturalezza, senza dare la sensazione di esserlo, senza montarsi la testa. Forse per non urtare la suscettibilità di noi comuni mortali o forse perché si considerava un perdente… come quei perdenti che ha interpretava al cinema. Virile, nonostante la sua bassa statura, mascolino e fisicamente minaccioso, ma denotato da un'integrità morale incorruttibile, anche se "sporca" e fumosa, nessuno si sarebbe mai aspettato che, dietro quella faccia da gangster, si nascondesse un intellettuale, idolatrato dagli stessi (come dimenticare il tributo che un altro newyorkese come lui, Woody Allen, ha fatto alla sua persona in Provaci ancora, Sam, in cui si rivolge al suo fantasma per ottenere consigli su come superare le difficoltà della vita). Il regista John Huston e il suo vero e unico grande amore, Lauren Bacall, a loro solo è stato concesso di chiamarlo veramente Bogie. Per noi, rimane solo Bogart.Già la sua nascita fu un mito. Si dice sia nato il 22 gennaio 1899, anche se successivamente gli uffici stampa delle major modificarono la data in 25 dicembre 1900, per renderlo ancora più leggendario.
Falso, secondo Hollywood (anche di fronte a chi dice una terza e quarta data: il 23 gennaio 1900 e il 25 dicembre 1899), la data vera è il 25 dicembre 1900, come attestato dal suo certificato di nascita di New York e dall'annuncio della sua nascita sul giornale locale, risalente al 10 gennaio 1900, nonché dai censimenti del giugno 1900 e dell'aprile 1910 (in cui lui ha 10 e non 11 anni). Quale sarà la verità? Il mistero si svela andando a vedere la sua tomba: 25 dicembre 1899. È solo questa l'unica e vera data di nascita del nostro eroe: diffidate dalle imitazioni! Quel che è certo, è che fu un newyorkese DOC, figlio di un notissimo chirurgo – americano da tre generazioni, ma olandese di origine – e di un'illustratrice di riviste. E sarà appunto la madre che grazie a un ritratto fattogli, lo renderà volto della Mellin, famosissima marca di omogeneizzati.Educato alla Trinity School di New York City, mandato poi alla Phillips Academy di Andover, Massachusetts, per prepararsi al mestiere di medico, venne però espulso per indisciplina e, visti i pessimi successi scolastici che gli preclusero l'iscrizione a Yale, a 18 anni si arruolò nella U. S. Naval Reserve e partecipò alla Prima Guerra Mondiale, facendo avanti e indietro per l'oceano una quindicina di volte, come marinaio del piroscafo Leviathan. Nel 1919, durante il servizio militare venne ferito alla bocca da un detenuto in manette che stava scortando in tribunale. Gli rimase per sempre quella piccola cicatrice sul labbro e quel lievissimo difetto di pronuncia che, in Italia, con il doppiaggio, è impossibile notare.
Fra il 1920 e il 1922, entrò nella compagnia teatrale di un amico di famiglia William A. Brady (padre dell'attrice Alice Brady) che lo inserì negli spettacoli di varietà di New York. Proprio nel '20 debuttò sul grande schermo in Life (1920), pellicola muta di Travers Vale. Entrato sotto contratto con la Fox, partecipò a un cortometraggio di 10 minuti dal titolo Like That (1930) di Arthur Hurley e Murray Roth, seguito da Risalendo il fiume (1930) di John Ford, accanto a Spencer Tracy. La Fox però non lo sfrutterà a dovere, riuscendo a offrirgli solo piccole parti in pellicole come: Il gallo della checca (1930) di Irving Cummings, Big City Blues (1932) e Three on a Match (1932) di Mervyn LeRoy, senza dimenticare Sempre rivali (1933) di Raoul Walsh. Sono questi anche gli anni dei primi matrimoni di Bogart, tutti terminati in disastrosi divorzi: la prima moglie fu Helen Menken (1926-1927) e la seconda fu l'attrice Mary Philips (1928-1938). Dopo qualche ruolo teatrale, la sua carriera subì finalmente una scolta decisiva nel 1934, quando ottenne un grandissimo successo a Broadway nei panni di Duke Mantee della piece "La foresta pietrificata". La Warner visti i presupposti, decise di metterlo sotto contratto a lungo termine. Leslie Howard, protagonista sul palcoscenico dell'opera, due anni dopo lo impose nel cast dell'adattamento cinematografico, diretto da Archie Mayo, anche contro il parere della major che avevano già scritturato Edward G. Robinson. Cominciò la fortuna di Bogart. Il thriller La legione nera (1937) per la regia di Mayo lo fece diventare, per la prima volta, protagonista di un film. L'uomo di bronzo (1937) di Michael Curtiz e Strada sbarrata (1937) gli portarono popolarità e un nuovo amore Mayo Methot (1938-1945). Curtiz, Anatole Litvak e Walsh furono i suoi registi. A suo agio nei gangster movie, come si può chiaramente notare nel capolavoro Una pallottola per Roy (1941) di Walsh, indossò perfettamente anche i panni di eroi maledetti come il detective Sam Spade, che inaugurò ufficiosamente la grande stagione del noir americano. Cinico, ma dal cuore tenero, eccolo diretto da John Huston ne Il mistero del falco (1941) dove Spade è chiamato a indagare su una statuetta a forma di falcone che porta con sé una maledizione secolare, ma che tutti vorrebbero. Huston, diventato il suo migliore amico, lo dirigerà in altri titoli come: In questa nostra vita (1942), Agguato ai Tropici (1942), L'isola di corallo (1948), Il tesoro della Sierra Madre (1948) e Il tesoro dell'Africa (1954). Lasciò però a Curtiz il privilegio di dirigerlo in un capolavoro: Casablanca (1942), dove Bogart scrisse ufficialmente la storia del cinema gestendo il Rick's Bar di Casablanca e, soprattutto, lasciando partire la piangente Ilse (Ingrid Bergman) con suo marito, capo della Resistenza. Un ruolo che rubò a Ronald Reagan e che si rivelò infausto: non solo non vinse l'Oscar per il quale fu nominato come miglior attore protagonista, ma fu accoltellato alla schiena dalla moglie, gelosa nei confronti della Bergman!
E dopo Sahara (1943) di Zoltan Korda, interpretò, in Acque del Sud (1945) di Howard Hawks, il rude Steve che capitola fra le braccia di Slim, una bella newyorkese che di nome vero fa Betty Perske, ma che il regista aveva ribattezzato Lauren Bacall.
Un colpo di fulmine in piena regola che porta Bogie al divorzio e rapidamente all'altare il 21 maggio dello stesso anno, con una cerimonia alla Malabar Farm, il ranch del premio Pulitzer e attore Louis Bromfield. Dalla Bacall avrà due figli: Stephen e Leslie, ma darà anche luogo a quei duetti fantastici che renderanno alcune pellicole mitiche. Un esempio su tutti: Il grande sonno (1946) di Hawks e la scena del fischio. «Se mi vuoi», dice la Bacall «non hai che da fare un fischio. Sai fischiare, no? Unisci le labbra… e soffi». Lui non arrivava al mento della Bacall, ma resse il corteggiamento così sfrontato e addomesticò la sua gatta. Insieme fronteggeranno perfino il senatore McCarthy e la sua caccia alle streghe contro i comunisti, rifugiandosi a lavorare alla radio nel programma "Bold Venture" (1951-52) e fondando una loro casa di produzione, la Santana (proprio lo stesso nome della barca che June Allyson e Dick Powell gli avevano venduto).
Fu uno dei pochi attori prediletti da scrittori come Chandler, Hemingway e Hammett. Nicholas Ray lo diresse ne I bassifondi di San Francisco – Crimen (1949) e Il diritto di uccidere – Paura senza perché (1950), ma fu John Huston a offrirgli finalmente l'Oscar con il ruolo dell'alcolizzato Charlie che si innamora di una zitella bigotta ne La Regina d'Africa (1952). Richard Brooks, ma principalmente Edward Dmytryk - che con il suo L'ammutinamento del Caine (1954) gli conferirà la terza nomination all'Oscar -, metteranno fine a quei ruoli da bastardo. L'arrivo di Joseph L. Mankiewicz (La contessa scalza, 1954), di Billy Wilder (Sabrina, 1954) e di William Wyler (Ore disperate, 1955) lo metteranno in luce come attore comico e dai sentimenti paterni. Mark Robson lo dirigerà per ultimo ne Il colosso d'argilla (1956). Poi, questo fumatore e bevitore accanito (si dice fumasse solo Chesterfields e ben 5 pacchetti al giorno) nello stesso anno si ammala e muore di tumore alla gola. Huston, il suo regista, il suo migliore amico, all'orazione funebre dichiarò: «Non abbiamo nessun motivo per provare dispiacere per lui che è morto, ma solo per noi stessi, poiché l'abbiamo perso. Bogey era insostituibile. Non ci sarà mai più nessuno come lui».Muore così l'antieroe per eccellenza, l'immortale perdente che eleva i perdenti al rango di modelli da imitare. Un uomo che ha avuto la fortuna di incontrare autori che sapevano sfruttare la sua energia, il suo volto, quel suo ghigno quasi infantile e quelle guance mal rasate. Chi come lui ha iniziato a fumare con la sigaretta a mezza bocca non può restare indifferente di fronte alla sua immagine sul grande schermo. Ci affascina Bogart, ci affascina quel suo mondo, quell'epoca in cui gli attori potevano raggiungere enormi fortune e fama, ma dove la posta era alta e le loro vite non erano così spiattellate come oggi dai media. Il duro che ha schivato colpi bassi e omicidi lascia così nella nostra anima personaggi autosufficienti che non serve smantellare come giocattoli. Che la magia rimanga fra il disincanto naturale e l'eleganza sublime. Bogie ha ancora un posto nel nostro immaginario collettivo? Sì, forse sì… Lo sentite quell'amaro sapore di romanticismo quando parla con la Bacall?

lunedì 16 febbraio 2009

ROMY SCHNEIDER

Continua l'appuntamento con i miti intramontabili.... Oggi tocca a Romy Schneider...



Spesso capita che un attore o un’attrice rimangano imprigionati in un ruolo da loro interpretato in un qualsiasi momento della loro vita e che vengano ricordati ai posteri per quel personaggio, in quei costumi, in quel film. Normalmente si tratta di un successo colossale, ma ciò non è detto. Qualsiasi cosa essi facciano per andare avanti o semplicemente “cambiarsi d’abito” risulta inutile perché quel ruolo si è cristallizzato sul loro volto e sulla loro carriera. Ciò avvenne alla lettera nella vita e nella carriera della bellissima Romy Schneider (nome d'arte di Rosemarie Albach-Retty), l’attrice austriaca diventata straordinariamente famosa per aver recitato dal 1955 al 1957 - e in questo modo celebrato - la giovinezza di Elisabetta Wittelsbach, meglio conosciuta come l’imperatrice Sissi, in tre film della saga rimasta incompiuta del regista Ernst Marischka.
Figlia di due acclamati attori del Terzo Reich, Romy Schneider debutta nel 1954 nel film biografico sulla Regina Vittoria d’Inghilterra realizzato dallo stesso Ernst Marischka che, pochissimo tempo dopo, penserà a lei per il ruolo della principessa Sissi soprattutto per la sua somiglianza fisica con la giovane nobildonna. Al di là della rievocazione storica, i tre film su Sissi riscuotono ancora oggi un consenso di pubblico riconducibile al mito. Tuttavia, la Storia non può non riconoscere una certa tendenza al romanzesco negli stessi film che mostrano un ritratto troppo ottimistico di Sissi e del suo entourage. Ad ogni modo la trilogia appartiene alla leggenda sia per il fascino delle scene, la solennità dei costumi, ma al disopra di tutto per l’intensa presenza scenica della giovane Romy che irrompe sullo schermo come una raffica di freschezza e di carisma.
Dopo la trilogia di Sissi, Romy Schneider decide di andare all’estero per dilatare la sua attività di attrice in contesti diversi dalla madrepatria. Durante le riprese del film "L’amante pura" si innamora di Alain Delon e inizia una lunga relazione con lui. Da quel momento la sua carriera si accende divenendo sfolgorante. Romy recita in film di qualità sia italiani sia francesi e diviene un’icona di eleganza e di cinema raffinato. Ricordiamo fra gli altri "Il processo di Orson Welles" (1962), "Boccaccio ’70" (1962) e "Ludwig" (1972) di Luchino Visconti - in quest’ultimo film interpreta una versione di Elisabetta d’Austria lontana dall’esordio – e "Fantasma d’amore" (1981) di Dino Risi, passando per altri film in Italia e in Francia forse non troppo conosciuti, ma di gran classe.La carriera di Romy Schneider è brillante, ma la sua vita privata rimane - come nel caso delle grandi dive – tragica e sfortunata. La sua relazione con Alain Delon termina nel 1964 e in seguito Romy si sposa per due volte, ma anche quei legami – spezzati - finiscono per portare depressione e alcolismo nella sua vita. Dal secondo marito Romy ha una figlia, Sarah Biasini, oggi radiosa e giovane attrice molto somigliante alla madre, ma perde il figlio quattordicenne David – avuto dal regista Harry Meyen - nel 1981 a causa di un terribile incidente (il ragazzo viene trapassato da una sbarra di un cancello in seguito a un caduta accidentale) e questa sciagura segnerà per sempre la sua già fragile vita.Romy Schneider muore nella casa del compagno - il produttore Laurent Petin – il 29 maggio del 1982 per un infarto provocato probabilmente da un’overdose di tranquillanti. La sua tomba è nel cimitero di Boissy-sans-Avoir nell’entroterra parigino.

martedì 10 febbraio 2009

THE VOICE

Attore e cantante americano. Nato a Hoboken, nel New Jersey, il 12 dicembre 1915, si è spento il 15 maggio 1998. Fonti non confermate dicono che lui stesso, a suo modo, come recita la famosa My Way, abbia staccato la spina della macchina che lo teneva in vita. Salutando, con un sorriso stanco, la moglie Barbara.L'artista vive un'infanzia dura e umile. La madre Dolly, di origini liguri, fa la levatrice. Il padre Marty, pugile dilettante di origini siciliane, è un pompiere. Da ragazzino, Sinatra è costretto da esigenze economiche a fare i lavori più umili. Cresciuto per la strada e non sui banchi di scuola, prima fa lo scaricatore di porto e poi l'imbianchino. A sedici anni, ha una sua band, i Turk.Frank Sinatra passa alla storia come The Voice, per il suo inconfondibile carisma vocale. Durante la sua carriera incide 2 mila e 200 canzoni per un totale di 166 album. Dedicandosi anche, con fortuna, al grande schermo. E la sua vita privata è paragonabile proprio ad uno dei suoi tanti film di successo. Famoso latin lover, si sposa quattro volte. La prima a ventiquattro anni, con Nancy Barbato, dal 1939 al 1950, dalla quale ha tre figli: Nancy, Frank Jr. e Christina che, all'epoca della separazione, hanno rispettivamente undici, sette e tre anni. Poi, dal 1951 al 1957, Sinatra ha un'intensa storia d'amore con Ava Gardner, che riempie le cronache rosa dei giornali del tempo. A suon di criticati confetti (per lei lascia la famiglia), di botte e di litigi. Per soli due anni, dal 1966 al 1968, si unisce in matrimonio con l'attrice Mia Farrow. E dal 1976 fino alla sua morte resta a fianco dell'ultima moglie, Barbara Marx. Ma la stampa continua, anche negli ultimi anni, ad attribuirgli flirt: da Lana Turner a Marilyn Monroe, da Anita Ekberg ad Angie Dickinson.Da sempre vicino alle cause per i diritti umani, già nei primi anni Cinquanta si schiera a favore dei neri, vicino al suo inseparabile amico Sammy Davies Jr. Fino all'ultimo, non si sottrae alla beneficenza a favore dei bambini e delle classi disagiate.La sua stella non conosce ombre. Solamente tra il 1947 ed i primi anni Cinquanta, attraversa una breve crisi professionale. Che supera brillantemente, grazie al film di Fred Zinnemann Da qui all'eternità, con cui conquista l'Oscar come Migliore Attore non Protagonista. Tra le tante accuse mosse all'interprete più famoso del secolo, come da molti viene considerato, quella di legami con la mafia. Soprattutto con il gangster Sam Giancana, proprietario di un Casinò a Las Vegas. Ben più sicuri, i nomi dei suoi più cari amici: da Dean Martin a Sammy Davis Jr, a Peter Lawford. Tra gli ultimi omaggi che l'America tributa a questo grande showman, un regalo speciale per i suoi ottant'anni, nel 1996. Per i suoi occhi blu, l'Empire State Building per una notte si illumina d'azzurro. Tra coppe di champagne e gli inevitabili festeggiamenti, cui The Voice è abituato. Lo stesso omaggio è stato ripetuto anche in occasione della sua morte. Il suo patrimonio, spartito tra la beneficenza ed i suoi legittimi eredi, si valuta intorno ai 360 miliardi di lire.

RICONOSCIMENTI ARTISTICI
-1954, Vincitore, Oscar, Miglior Attore non Protagonista, per Da qui all'eternità-1954, Vincitore, Golden Globe, Miglior Attore non protagonista, per Da qui all'eternità-1956, Notion, Oscar, Miglior Attore, per L'uomo dal braccio d'oro-1958, Vincitore, Golden Globe, Miglior Attore Commedia Musicale, per Pal Joey -1971, Vincitore, Jean Hersholt Humanitarian Award-1971, Vincitore, Cecil B. De Mille Award-1973, Vincitore, Screen Actors Guild Award, alla carriera

Ecco una delle canzoni più famose del MITICO.... Da pelle d'oca...Eh s', non c'è nome più azzeccato....THE VOICE!

FLY ME TO THE MOON
Fly me to the moon Let me play among the stars
Let me see what spring is like On a-Jupiter and Mars
In other words, hold my hand In other words, baby, kiss me Fill my heart with song And let me sing for ever more
You are all I long for All I worship and adore
In other words, please be true In other words, I love you [instrumental-first verse]
Fill my heart with song Let me sing for ever more
You are all I long for All I worship and adore
In other words, please be true In other words, in other words
I love [3 piano notes] you

MARLON BRANDO

Come ogni settimana continua l’esposizione dei “Miti Intramontabili” …

Oggi è il turno di

MARLON BRANDO


Nato da una famiglia povera, ancora ragazzo lascia Omaha e tenta la carta artistica. Fa qualche parte in piccoli teatri e, visto che il talento c'è, a vent'anni è già a Broadway. L'incontro decisivo è con Elia Kazan che dopo avergli soltanto parlato gli affida uno dei ruoli più importanti e difficili di tutto il teatro americano, il semiselvaggio Stanley Kowalski de Il tram che si chiama desiderio, da Tennessee Williams. E' talmente dotato che non ha avuto bisogno di alcuna scuola. Tuttavia Kazan lo introduce all'Actor's Studio, del quale l'attore diventa la bandiera. Hollywood è lo sbocco naturale nel 1950, quando B. è protagonista di Uomini di Zinneman. Da allora, ogni volta, lascia un segno profondo e per quattro anni (e quattro film) consecutivi ottiene la nomination all'Oscar: Un tram che si chiama desiderio (1951), Viva Zapata (1952), Giulio Cesare (1953), Fronte del porto (1954, stupendo a mio parere). Con quest'ultimo arriva il primo Oscar. Nel frattempo l'attore è diventato una leggenda vivente, per immagine e per bravura. Sul set di Giulio Cesare affronta i più grandi attori shakespeariani (fra i quali Gielgud) senza mai aver recitato Shekespeare: dopo il suo monologo davanti al corpo di Cesare tutti quanti, anche i tecnici, esplodono in un applauso. I capelli di Terry Malloy, il protagonista di Fronte del porto, diventano moda. Il "chiodo", il giubbotto di pelle indossato ne Il selvaggio, diventa moda. Brando è il più grande fenomeno divistico e artistico del cinema. Ha davvero cambiato il cinema. Sono i suoi anni migliori. Temperamento assolutamente istintivo, imprevedibile e incontrollabile, comincia a diventare il nemico di se stesso. Annoiato, innamoratosi della partner Tarita, che sposerà, abbandona il set del "Bounty" per un anno, con danni economici catastrofici. Girando Queimada fa impazzire Gillo Pontecorvo, che ripudia il film. Comincia, per denaro, ad accettare parti inadeguate. Declina. Ma Brando è Brando, imprevedibile come sempre. Nel '72 risorge clamorosamente dalle proprie ceneri. Interpreta Ultimo Tango a Parigi e costringe Bertolucci a ubbidirgli. Si riaffaccia il mito. L'attore divulga la figura del (quasi) cinquantenne in crisi, angosciato e disperato che porta tanti coetanei all'emulazione, persino con qualche caso di suicidio. A Parigi un gruppo di signore fonda un "club Ultimo Tango" dove uno dei riti consiste nel masturbarsi davanti alle immagini del divo. Nello stesso anno B. si presenta, truccato, non riconosciuto, al provino per la parte del boss Corleone per il Padrino. Lo prendono. Vince con quel ruolo il secondo Oscar, che fa ritirare da un'indiana. E' dunque resuscitato due volte, insieme al suo mito. Altra decadenza, altri eccessi, altri errori. Sembra finito. Ma alla fine del decennio rieccolo nel ruolo del famigerato colonnello Curz in Apocalypse Now. Altra resurrezione. Ma è l'ultima. Il resto sono "cammei" remunerativi, come in Superman. I segnali sono sempre più deboli. E la sua vita privata è una tragedia. Recentemente, nel quadro del suo sodalizio con Johnny Depp lo si è rivisto in Don Juan De Marco." e ne "Il coraggioso". Era ridotto a un effetto speciale di 150 chili. La più grande "presenza" di tutto il cinema ha cercato in tutti i modi di distruggersi. E si è distrutta.



Intorno a lui si ingigantì la voce di una sua presunta omosessualità, mai confermata e neanche smentita!